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SAN GREGORIO ARMENO: LA MUSICA OLTRE LA CLAUSURA


CINQUE SECOLI DI ORGANI, MUSICA E VITA MONASTICA NEL CUORE DI NAPOLI



A Napoli c'è una chiesa nella quale gli organi non sono semplicemente strumenti musicali, sono parte dell'architettura, sono parte della storia del monastero.

E, soprattutto, sono parte di un modo molto particolare di vivere la musica: una musica che poteva essere ascoltata senza necessariamente poter vedere chi la produceva.

È la chiesa di San Gregorio Armeno, uno dei più importanti complessi monastici femminili della Napoli storica.

Oggi, entrando nella chiesa, la prima cosa che colpisce è la spettacolare scenografia settecentesca: ai lati dell'altare maggiore si fronteggiano due grandi cantorie con i loro organi.

Ma quei due strumenti sono soltanto l'ultimo capitolo di una storia che comincia almeno nel Quattrocento, e che racconta, insieme alla storia degli organi, anche quella della clausura, dell'architettura e della vita musicale delle monache.


Un organo nel 1486

La presenza di un organo a San Gregorio Armeno è documentata già nel 1486. A realizzarlo fu Lorenzo di Jacopo da Prato, uno dei protagonisti dell'arte organaria napoletana del secondo Quattrocento. 

Ma quello strumento non rimase a lungo l'unico protagonista della chiesa: Nel 1498 la badessa affidò a fra Giovanni de Palma di Napoli la costruzione di un nuovo organo.

Il contratto contiene un particolare straordinariamente interessante: l'organaro avrebbe dovuto dipingere e dorare lo strumento e decorarne gli sportelli con figure indicate dalla badessa.

Il vecchio organo gli sarebbe stato ceduto come parte del compenso.   Scridb

Non era dunque soltanto una macchina sonora, l'organo era anche un oggetto d'arte, e la sua decorazione rientrava nelle scelte della comunità monastica.  

La musica, fin dall'inizio della nostra storia, entra quindi a San Gregorio Armeno attraverso una porta che non è soltanto musicale: è anche artistica.


Organari e organisti nella vita del monastero

La documentazione del Cinquecento ci permette poi di incontrare altri protagonisti dell'arte organaria napoletana.

Nel 1507 compare Giovanni Mormanno, organista e maestro napoletano, identificato dalla storiografia con Giovanni Donadio. Scridb

La badessa Tarsidia Guindatia gli concede una casa appartenente al monastero, imponendogli anche precisi obblighi di spesa per la sua sistemazione.

Nel 1536 troviamo invece Giovanni Francesco de Palma de Neapoli, qualificato negli atti come organista. Scridb

Sono testimonianze importanti del rapporto fra il monastero e il mondo professionale degli organari e degli organisti.

Ma qui è opportuno non fare un passo più lungo delle fonti.

Questi documenti dimostrano la loro relazione con San Gregorio Armeno, ma non ci permettono di definirli automaticamente come "organisti titolari" della chiesa. 

È una distinzione piccola, ma importante quando si ricostruisce una storia attraverso documenti antichi.


Quando gli organi diventano due

Il momento decisivo arriva nel Seicento: Una testimonianza di Carlo Celano, pubblicata nel 1692, ci dice che nella chiesa vi erano:

"due famosi organi ultimamente rifatti e riccamente adornati d'intagli dorati".

È una frase brevissima, ma per la nostra storia vale moltissimo.

Nel 1692 erano dunque presenti due organi.

La disposizione a coppia è quindi certamente anteriore alle grandi trasformazioni settecentesche. BeniCulturali

Ma quando furono costruiti esattamente i due strumenti?


Il nome di Giovan Gualberto Ferreri

Nella storia compare infatti Giovan Gualberto Ferreri, o Ferrari, organaro napoletano documentato negli anni Ottanta del Seicento.  Ars Bonus

Una recente pubblicazione specialistica ricorda che nel 1681 Ferreri aveva eseguito gli organi per la chiesa di San Gregorio Armeno. Predela

Anche le fonti relative agli strumenti oggi conservati collegano l'organo posto a sinistra dell'altare maggiore a Ferreri/Ferrari e lo collocano intorno al 1681.

Ma qui dobbiamo lasciare aperta una piccola porta.

Non abbiamo ancora recuperato il contratto originale del 1681 che ci dica con precisione quanti organi furono realizzati, quanto venne pagato l'organaro e quali fossero le caratteristiche degli strumenti.

Perciò è più corretto parlare di una notizia sostenuta dalla storiografia e dalle fonti successive, piuttosto che presentare il contratto del 1681 come se fosse già stato trovato.

È una di quelle piccole zone d'ombra che rendono la ricerca organaria ancora più affascinante.


Arriva Tommaso De Martino

All'inizio del Settecento la chiesa cambia volto: E anche i suoi organi vengono profondamente trasformati.

Entra in scena Tommaso De Martino, uno dei più importanti organari napoletani del XVIII secolo.

La documentazione oggi disponibile ci permette di essere molto precisi: L'organo posto a destra dell'altare maggiore reca la data del 1737, quello posto a sinistra fu rifatto nel 1742. BeniCulturali


organo destro → 1737, realizzato ex novo da Tommaso De Martino; la data è indicata dal cartiglio interno dello strumento.


organo sinistro → 1742
, rifatto da Tommaso De Martino, riutilizzando buona parte del materiale fonico del precedente strumento seicentesco.

Ma attenzione a una parola su uno si essi è inciso "RIFATTO", non "costruito"

L'iscrizione dell'organo del 1742 dice infatti:

THOMAS DE MARTINO NEAPOLITANUS REGIAE CAPPELLE SUE MAIESTATIS ORGANARIUS REFECIT ANNO DOMINI 1742

Quel refecit racconta una storia precisa: De Martino intervenne su uno strumento precedente.

Il Catalogo Generale dei Beni Culturali conferma infatti che i due organi esistevano già prima degli interventi di De Martino e collega esplicitamente la loro presenza alla testimonianza di Celano del 1692.

Non siamo quindi davanti a due strumenti nati improvvisamente nel Settecento, siamo davanti a due organi che hanno attraversato diverse generazioni di organari.


Due organi, ma non una "stereofonia" ante litteram

La loro posizione è spettacolare: Uno di fronte all'altro, due grandi strumenti collocati ai lati della zona presbiteriale, è inevitabile pensare alla possibilità di dialogo sonoro fra i due lati della chiesa.

Ma sarebbe affascinante eccesso di fantasia definire questa disposizione una sorta di "stereofonia ante litteram", ma non abbiamo trovato una fonte che ci autorizzi a farlo.

La definizione storicamente documentata è un'altra: organi contrapposti, o "organi battenti": la loro disposizione appartiene quindi a una precisa concezione dello spazio liturgico e musicale.

E proprio questo è l'aspetto più interessante: a San Gregorio Armeno l'organo non è semplicemente collocato dentro la chiesa, la chiesa viene progettata e trasformata anche intorno alla musica.


Il trionfo delle cantorie

Nel Settecento questa idea raggiunge una forma spettacolare: le cantorie degli organi vengono inserite in una straordinaria decorazione attribuita al progetto di Niccolò Tagliacozzi Canale. BeniCulturali

Il Catalogo del patrimonio culturale data il complesso delle cantorie intorno al 1737-1742 e attribuisce a Tagliacozzi Canale il ruolo di progettista.

E c'è un particolare che merita attenzione: le cantorie non sono due ma sono tre: due ospitano gli organi contrapposti, la terza è collocata in controfacciata.

Questo dettaglio ci fa capire che non siamo di fronte a due semplici "balconi per organo".  Siamo davanti a un vero sistema architettonico-musicale, la decorazione rococò, le dorature, gli intagli e le forme scenografiche trasformano le cantorie in parte integrante dell'immagine della chiesa.

L'organo diventa così contemporaneamente: strumento musicale, elemento architettonico e protagonista visivo.


Ma San Gregorio è un monastero femminile

Ed è qui che la storia diventa ancora più interessante: San Gregorio Armeno non è semplicemente una chiesa nella quale si suonano gli organi, è il centro di un grande monastero femminile e le monache vivevano in clausura.

Questo significa che la partecipazione alla liturgia doveva necessariamente essere organizzata attraverso spazi separati da quelli destinati ai fedeli.

La soluzione fu anche architettonica: i cori delle monache erano collocati in posizione tale da consentire loro di partecipare alle celebrazioni senza essere direttamente esposte alla vista.

Il risultato era singolare: la voce poteva attraversare la chiesa anche quando la persona rimaneva nascosta.

La musica diventava quindi uno dei mezzi attraverso i quali la comunità monastica poteva comunicare con lo spazio pubblico della chiesa senza annullare la clausura.


Una musica molto più ricca di quanto si potrebbe immaginare

Ed è proprio la ricerca di Annamaria Bonsante sulla musica settecentesca di San Gregorio Armeno a restituirci un quadro sorprendentemente vivace. Scridb

L'archivio musicale del monastero conserva un patrimonio che comprende musica liturgica, canto fermo e canto fratto, repertorio vocale solistico e corale.

Ma non solo.

Vi compaiono anche repertori strumentali e materiali destinati all'educazione musicale, salterio, violino, basso continuo e altri strumenti fanno parte di questo universo musicale.

E, fatto ancora più curioso, nel patrimonio musicale del monastero compaiono anche testimonianze legate al repertorio teatrale e profano: Persino Paisiello entra, in qualche modo, nella storia musicale di San Gregorio.

Naturalmente, una partitura conservata in un archivio non costituisce da sola la prova di un'esecuzione, ma alcuni manoscritti presentano correzioni e adattamenti che fanno pensare a un rapporto concreto con la pratica musicale.

Il monastero, insomma, non era un'isola musicale separata dalla Napoli del Settecento: la musica della città poteva arrivare fin dentro la clausura.


Il coro d'inverno

La particolare organizzazione degli spazi musicali e religiosi continua ancora nel 1759, quando viene realizzato il cosiddetto coro d'inverno.

La sua posizione, al secondo piano dell'atrio d'ingresso, rispondeva a un'esigenza molto concreta: offrire alle monache uno spazio per la preghiera facilmente raggiungibile dalle loro celle, evitando nei mesi freddi il passaggio attraverso gli spazi esterni del monastero.

Anche questo episodio ci ricorda che la straordinaria architettura di San Gregorio Armeno non nasce soltanto dal desiderio di magnificenza: nasce dall'esigenza di organizzare una vita complessa: pregare, cantare, studiare, vivere e rispettare la clausura.


E gli organi continuano a crescere

La storia organaria del complesso non si conclude con i due grandi De Martino.

Nel 1769 viene realizzato un altro organo da Domenico Antonio Rossi, come conferma anche l'iscrizione conservata sullo strumento:

DOMINICUS ANTONIUS ROSSI NEAPOLITANUS REGIAE CAPPELLAE SUAE MAIESTATIS ORGANARIUS FECIT ANNO D 1769.

Altri strumenti completarono nel tempo il patrimonio organario del monastero.

La storia di San Gregorio Armeno non è quindi quella di una chiesa con "il suo organo": È la storia di un vero patrimonio organario, sviluppatosi e trasformato nel corso dei secoli.

(Organi attuali della chiesa)


Organo Rotelli-Varesi nel 1960 nel Coro delle Monache


Dentro un organo c'è la storia di una chiesa

Ed eccoci alla cosa forse più affascinante: guardando oggi il grande organo del 1742, possiamo vedere la splendida cassa settecentesca.

Ma quella cassa non racconta tutta la storia:

Dietro di essa c'è il Quattrocento di Lorenzo di Jacopo da Prato.

C'è il nuovo strumento commissionato nel 1498.

Ci sono gli organisti e gli organari che frequentarono il monastero nel Cinquecento.

C'è la misteriosa stagione di Giovan Gualberto Ferreri.

C'è la coppia di organi già ricordata da Celano nel 1692.

E poi c'è De Martino, che nel 1737 e nel 1742 rinnova gli strumenti.

È una stratificazione.

Proprio come quella dell'edificio.

Proprio come quella della musica.


Una musica oltre la clausura

Forse è questo il modo più suggestivo per guardare oggi San Gregorio Armeno: non soltanto come a una chiesa ricchissima di opere d'arte, non soltanto come a un monastero celebre, e neppure soltanto come a un luogo nel quale sono sopravvissuti importanti organi storici.

Ma come a un luogo nel quale l'architettura ha trovato una soluzione al problema della musica dentro la clausura.

Le monache dovevano rimanere separate, la musica, invece, poteva uscire.

Le voci potevano attraversare le grate.

Gli organi potevano riempire la chiesa.

I musicisti potevano dialogare con la liturgia.

E il pubblico poteva ascoltare senza necessariamente vedere chi cantava.

La separazione fisica non impediva quindi la comunicazione sonora.

Anzi, in qualche modo, la musica diventava il ponte fra due mondi che l'architettura teneva separati.


Una storia che non è ancora finita

Oggi i due grandi organi storici , dopo quasi un secolo di abbandono, hanno bisogno di essere conservati e restaurati. (allo stato attuale risulta in restauro l'organo destro a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il comune di Napoli mentre per il sinistro è in vigore una raccolta fondi tramite ArtBonus)

Il loro recupero non significa semplicemente restituire funzionalità a due strumenti antichi.

Significa restituire voce a una parte della storia di San Gregorio Armeno.

Una storia iniziata almeno nel Quattrocento e arrivata, attraverso restauri, rifacimenti, trasformazioni architettoniche e cambiamenti nella vita del monastero, fino ai nostri giorni.

E forse proprio per questo, quando questi organi torneranno a suonare, non ascolteremo soltanto De Martino.

Ascolteremo, almeno idealmente, cinque secoli di storia.

Una storia nella quale la musica è riuscita a fare qualcosa che alla pietra era vietato:

attraversare la clausura.


Fonti

Nicola Spinosa, Aldo Pinto, Adriana Valerio (a cura di), San Gregorio Armeno. Storia, architettura, arte e tradizioni, Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli, 2013.

È la fonte generale più importante per la storia del monastero, dell'architettura, delle arti e della musica. Il volume comprende, tra gli altri, i contributi di Annamaria Bonsante sulla vita musicale settecentesca e di Vincenzo De Gregorio sugli organi. La Federico II rende disponibile online il volume e le relative appendici documentarie.

Ministero della Cultura – Catalogo Generale dei Beni Culturali, scheda delle cantorie e degli organi di San Gregorio Armeno.

La scheda documenta le cantorie settecentesche, l'intervento di Tommaso De Martino nel 1737 e nel 1742, la precedente presenza dei due organi attestata da Celano nel 1692 e l'iscrizione dell'organo del 1742.

Ministero della Cultura – Catalogo Generale dei Beni Culturali, cassa dell'organo di Domenico Antonio Rossi, 1769.

La scheda conserva l'iscrizione che attribuisce a Rossi la realizzazione dello strumento nel 1769.

Adriana Valerio, "Carche di dolore e bisognose d'aita". Le memorie di Fulvia Caracciolo, monaca di S. Gregorio Armeno (1580), Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli, 2012.

Fonte importante per comprendere la vita del monastero femminile e il contesto della clausura nella seconda metà del Cinquecento.

Appendice documentaria di Aldo Pinto, in San Gregorio Armeno. Storia, architettura, arte e tradizioni, 2013.

L'appendice raccoglie la documentazione relativa al monastero e agli edifici circostanti ed è particolarmente importante per la verifica delle notizie documentarie sui personaggi e sulle trasformazioni dell'edificio.

 

 

 



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