DAL SILENZIO DI GIOTTO ALL'ARMONIA DELL'ANGELICO
L'Evoluzione dell'Organo nella Pittura Toscana
DAL SILENZIO DI GIOTTO ALL'ARMONIA DELL'ANGELICO
L'Evoluzione dell'Organo nella Pittura Toscana
La transizione tra Giotto (1267-1337) e il Beato Angelico (1395-1455) riflette non solo un'evoluzione stilistica, ma un profondo cambiamento nella teologia dell'immagine e nella gerarchia degli strumenti musicali.
Esiste una ricchissima storiografia sul tema (tra i testi di riferimento sicurmente quelli di Emanuel Winternitz), che analizza come la pittura del Rinascimento toscano sia passata dal simbolismo medievale a una rappresentazione quasi documentaristica della musica.
In Giotto, la musica è spesso legata alla dimensione narrativa e umana. Quando appaiono angeli musicanti, essi tendono a utilizzare strumenti "da braccio" o fiati sottili (trombe). L'assenza dell'organo in Giotto può essere spiegata da due fattori:
Ingombro Architettonico: Giotto costruisce spazi volumetrici rigorosi. L'organo portativo, pur esistendo, è un oggetto complesso che mal si conciliava con la sintesi monumentale della sua pittura.
Gerarchia Simbolica: Nel Trecento, le schiere angeliche erano spesso associate al canto. La musica strumentale era vista come un "eco" terreno del coro celeste, e gli strumenti preferiti erano quelli più leggeri e trasportabili.
Invece, nel Beato Angelico, l'organo portativo diventa protagonista. Questo accade perché:
L'Armonia Celeste: Per l'Angelico, la pittura è una preghiera visiva. L'organo rappresenta la perfezione dell'armonia matematica e pneumatica (aria/spirito) che ordina l'universo.
L'Organo Portativo: È l'era del successo dell'organetto (o organo portativo). L'Angelico lo dipinge con precisione tecnica assoluta (si vedano i celebri angeli della Pala dei Linaiuoli), usandolo per simboleggiare la varietà delle voci che si fondono in un unico corpo sonoro sotto la volontà divina.
La ricerca storica ha individuato tre fasi principali nell'uso degli strumenti nel Rinascimento toscano:
Oltre al gusto estetico, c'è una ragione tecnica. Il Beato Angelico visse nel pieno della riforma dei conventi osservanti, dove la musica sacra e l'uso dell'organo stavano assumendo un ruolo liturgico più strutturato.
L'organo portativo era lo strumento "colto" per eccellenza. Mentre la tromba o il tamburo potevano richiamare contesti bellici o civili, l'organo era esclusivamente sacro. Dipingendolo, l'Angelico non faceva solo arte, ma definiva lo spazio del dipinto come uno spazio liturgico eterno.
In sintesi, mentre Giotto dipinge l'evento sacro come una "storia" che accade davanti ai nostri occhi (privilegiando il gesto), l'Angelico dipinge il sacro come una "visione" di perfezione assoluta, dove l'organo è il congegno perfetto per tradurre la gloria di Dio in frequenze visibili.
che analizza come la pittura del Rinascimento toscano sia passata dal simbolismo medievale a una rappresentazione quasi documentaristica della musica.
Lo studio degli strumenti musicali nell'arte (l’iconografia musicale) ha radici profonde nella storiografia del Novecento. Studiosi come Emanuel Winternitz e, in ambito italiano, Febo Guizzi, hanno dimostrato che i pittori toscani non "decoravano" le scene con strumenti a caso. La pittura fungeva da catalizzatore per la Lauda e per la nuova polifonia.
Mentre nel Medioevo gli strumenti erano spesso raggruppati secondo la distinzione tra "Alta Cappella" (strumenti rumorosi da esterno come trombe e tamburi) e "Bassa Cappella" (strumenti dolci da interno), il Rinascimento inizia a vedere lo strumento come un’estensione dell’intelletto umano e dell'ordine divino.
In Giotto, la musica è funzionale alla narrazione. Gli angeli di Giotto sono esseri plastici, occupano uno spazio fisico e partecipano al dramma sacro.
L’assenza dell’organo: Nel Trecento, l’organo monumentale era ancora una struttura fissa e imponente, difficile da inserire nella sintesi spaziale giottesca. L'organo portativo esisteva, ma era spesso associato alla musica profana o a una fase di transizione tecnica.
La prevalenza dei fiati: Giotto predilige le lunghe trombe. Questi strumenti non servono a creare un'armonia complessa, ma a "gridare" la gloria di Dio o ad annunciare eventi (come il Giudizio Universale). È una musica di segnale, più che di meditazione.
Con l'arrivo del Quattrocento e la sensibilità di fra Giovanni da Fiesole (il Beato Angelico), il paradigma cambia. L’organo portativo — o organetto — diventa quasi un marchio di fabbrica delle sue schiere angeliche.
Simbologia dello Spirito: L'organo è l'unico strumento che funziona tramite il pneuma (l'aria). Per un frate domenicano come l'Angelico, l'aria che attraversa le canne è l'allegoria perfetta dello Spirito Santo che anima la Chiesa.
Precisione Organologica: L'Angelico dipinge gli organi con una cura maniacale: si possono contare le canne, distinguere i tasti e osservare la struttura dei mantici. Questo riflette un'epoca in cui l'organo portativo era diventato lo strumento d'elezione per accompagnare i canti polifonici nelle corti e nei conventi riformati.
L'Armonia delle Sfere: Se Giotto è il pittore della terra che sale verso il cielo, l'Angelico è il pittore del cielo che scende sulla terra. L'organo, con la sua capacità di produrre accordi complessi, rappresenta l'ordine matematico dell'universo neoplatonico.
La differenza che si nota a Perugia o nelle tavole fiorentine è anche figlia del progresso tecnologico:
Nel 1300: La tecnologia delle tastiere era rudimentale. La musica era prevalentemente monodica o con semplici bordoni.
Nel 1400: La costruzione degli organi portatili raggiunge l'apice della raffinatezza. Diventano oggetti di design, leggeri e trasportabili, permettendo ai pittori di inserirli tra le braccia degli angeli senza appesantire la composizione.
Osservare un angelo dell'Angelico che preme i tasti di un organo significa vedere la nascita della modernità musicale. Non è più solo un annuncio (la tromba di Giotto), ma una costruzione intellettuale e armonica. L'organo diventa il ponte tra la matematica (le proporzioni delle canne) e la teologia (il soffio divino), segnando il passaggio definitivo dal realismo di Giotto all'idealismo radioso del Rinascimento maturo.
Nel Medioevo, l'origine della musica e della teoria musicale era strettamente legata a una celebre leggenda riguardante il filosofo greco Pitagora. Si narrava che Pitagora, passando davanti alla bottega di un fabbro, notò come i suoni prodotti dai martelli che battevano sull'incudine fossero tra loro in armonia.
Incuriosito, entrò nella bottega ed effettuò degli esperimenti. Scoprì che la consonanza (l'accordo piacevole) tra i suoni dipendeva dal peso dei martelli. In particolare:
Martelli con pesi in rapporto di 2:1 producevano un'ottava.
Martelli con pesi in rapporto di 3:2 producevano una quinta.
Martelli con pesi in rapporto di 4:3 producevano una quarta.
Questa leggenda è fondamentale perché collega la musica alla matematica e alla proporzione. Per l'uomo medievale, la musica non era solo emozione o intrattenimento, ma una scienza del quadrivio (le quattro arti liberali matematiche: aritmetica, geometria, musica e astronomia), basata su rapporti numerici precisi.
Nella tradizione biblica (Genesi 4, 22), Tubalcain è descritto come il "fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro". Tuttavia, la cultura medievale spesso fondeva fonti bibliche e classiche. In questa logica:
Tubalcain, come primo fabbro, diventa la figura concreta che permette la scoperta di Pitagora.
Senza il suo lavoro (e il peso specifico dei suoi martelli), i principi matematici della musica non sarebbero stati rivelati.
Quando Andrea Pisano scuolpì le formelle per il Campanile (su disegno di Giotto, si ritiene), decise di rappresentare l'allegoria della Musica proprio attraverso Tubalcain all'incudine.
Quello che vedi nell'immagine è un uomo intento a battere il ferro con due martelli di dimensioni diverse su un'incudine. Questa scena non rappresenta solo il mestiere del fabbro, ma simboleggia l'origine speculativa e matematica dell'armonia musicale. I martelli che battono sono, in effetti, lo strumento con cui la musica "nasce" come scienza.
In sintesi, vedi un fabbro perché nel Trecento la musica era intesa prima di tutto come architettura sonora basata sul numero, e il lavoro del fabbro con i martelli ne era la dimostrazione pratica originaria secondo la leggenda pitagorica.
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